Cosa aspettarsi da Dandarvaanchig Enkhjargal, autore e cantante mongolo, che predilige il canto khoomei e sfrega il violino verticale bicorde morin khuur, dal bulgaro Dimitar Gougov, che canta e con il suo archetto strofina la lira gadulka, cordofono dotato di tre corde melodiche e di altre di risonanza simpatica, e dall’eclettico percussionista francese Fabien Guyot? È un consesso senza precedenti, capace di combinare timbri insoliti, esplorare melodie e ritmi tradizionali tra Bulgaria e Mongolia, costruendo uno spettacolo di forte contemporaneità, caratterizzato da ironia e scombussolante creatività. La loro cifra dal vivo si ritrova pari pari in “Wolf’s Cry”, terza sortita del funambolico trio, che conserva il tratto spudoratamente energico e libero che trova sorprendente compattezza nelle figurazioni sonore messe a punto da questo singolare triangolo di virtuosi. Il disco si apre con la pronuncia rock-bluesy in “Krushovitsa”, ribadita dai risvolti rock-funky di “Spring Punk”. “Uitgar” parte con un canto solitario su armonizzazioni e misure ritmiche di sapore prog rock, sale d’intensità con le spirali generate dalle corde dei due archi che si incrociano. Entra, poi, il canto armonico gutturale e il ritmo si impenna per poi scemare sensibilmente nel finale: sono i Violons Barbares, diamine!

Ciro De Rosa
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