

Stefano Saletti: Da quando abbiamo iniziato a suonare insieme, si è creato quasi da subito un suono Cafè Loti, che è molto riconoscibile, un’affinità nella quale ognuno ha messo il proprio bagaglio, le proprie storie, che si fondono insieme in una grande magia. Questa comunanza si ritrova sia nel primo disco che nel nuovo. Anche se, a mio avviso, noto una crescita in questo secondo lavoro, dovuta ai tanti concerti fatti insieme.
Nando Citarella: La cosa che mi venuta in mente subito dopo i primi mesi di lavoro - che era anche un obiettivo per il trio - è stato di creare un suono che ci identificasse secondo le nostre identità. Abbiamo lavorato molto ragionando sulle sonorità da sviluppare. Siccome siamo tutti con strumenti medio- alti, a volte il suono più basso lo cerchiamo con i tamburi e con l’oud: in questo modo abbiamo cercato di caratterizzare il nostro suono. All’interno della musica popolare mi ha sempre interessato avere un’identità sonora.
Tempo fa vi siete abbigliati come i Re Magi: cosa porta in dono ciascuno di voi?
Pejman Tadajon: Io porto un tappeto… musicale di ritmi e accenti strani, di poetica del mondo orientale, di quell’antica Persia che si estendeva ben oltre i confini dell’attuale Iran.

Stefano Saletti: Porto l’amore per la navigazione, il mare che unisce. Ognuno di noi ha portato veramente qualcosa: Nando è la grande tradizione napoletana, Pejman tutto il fascino dell’Oriente, Medio o lontano, come la Persia. A me piace l’idea dell’unione di queste culture, il Mediterraneo con l’Oriente. I bagagli portati da ciascuno sono stati aperti e come tre Re magi sono venuti fuori questi doni reciproci.
Anche se alla fine si rivela un grande unicum, in un certo senso il disco si compone di due sezioni: una prima di vostre composizioni, dove albergano anche richiami, citazioni e omaggi, una seconda in cui rivisitate i temi dei “Carmina Burana”… Come si è sviluppato il lavoro?
Stefano Saletti: Il Lato A, se vogliamo parlare così, è nato veramente in studio, perché non c’era quasi nulla Per esempio “Safar” o anche l’ultimo brano, “Es la luna o fortuna”, che unisce tutto quanto, sono nati da idee e spunti che ognuno ha portato in studio e che abbiamo uniti insieme. Invece, i “Carmina” erano stati rodati da diversi anni di concerti, perché lo spettacolo è nato nel 2015 e si è trattato di asciugarli, perché dal vivo li facciamo in nove nello spettacolo “Carmina Burana Le origini”, di renderli più minimali e non così ricchi, visto che abbiamo lavorato in trio, anche se nel

Nando Citarella: È stato molto interessante elaborare l’ossatura di alcuni brani. A mano a mano che ci si incontrava, facendo una giornata di sessione, dopo tre, quattro giorni metabolizzavamo alcuni suoni. Quando ci si rivedeva, ognuno tornava con una valigetta piena di cose in più che ci siamo riproposti anche riascoltando molto le cose fatte … Inoltre, diciamo che è stato anche un disco elaborato molto “informaticamente”, passandoci le cose. A me è capitato raramente di registrare nella stessa città, ma inviandoci dei “massoni” di musica su cui ragionare, pensare ed elaborare. Poi mettere tutto all’interno di un hard disk, che Stefano sapientemente mescolava. Noi lo lasciavamo nella grotta e lui faceva il Merlino… Tra l’altro, con i capelli e il pizzetto che ha, ha assunto un’aria da Merlino…
Pejman Tadajon: Stefano ha fatto un lavoro molto grande, perché ha più esperienza in studio di me e di Nando. Ha molto gusto nello scegliere suoni diversi, provando insieme. Alla fine, Stefano ha fatto un ottimo lavoro sulla qualità del suono.
Come entra il prog in un disco come in “In taberna”?
Nando Citarella: Siamo cresciuti con il prog, è dentro ognuno di noi, vuoi o non vuoi. Almeno per quel che mi riguarda, visto che sono il più vecchietto del trio…

Ci avete infilato anche Satie…
Nando Citarella: Satie era uno dei più prog del Novecento, basta andare ad ascoltare il balletto “Parade”. Quando abbiamo iniziato a progettare “In Taberna”, avevamo pensato ai movimenti musicali del primo Novecento. Quindi volevano andare verso quello che, anche con Satie, era l’Orientalismo di quegli anni. La bellezza e la magia di tanti occidentali che dalla Francia, dall’impero austro-ungarico o alla Polonia miravamo alla conquista musicale di sapori e di suoni particolari. Io adoro Satie: avevo ascoltato tante cose, ma la proposta inziale era uno dei cinque “Gymnopédies”. Poi Stefano ha proposto “Chanson medieval”, che è pochissimo eseguita.
Stefano Saletti: I “Gymnopédies” sono stati fatti in tante maniere e forse non avremmo potuto aggiunger nulla di nuovo. Invece, “Chanson medieval” è meno conosciuta ma non meno bella.

“Safar” è il principio del disco che assurge a dichiarazione di intenti. Ci raccontate questo brano?
Pejman Tadajon: Il nome l’abbiamo scelto perché in diverse lingue, in arabo, in persiano, in ebraico, significa “viaggio”, Parlavamo sempre del viaggio, non solo fisico ma interiore, abbiamo scelto le poesie che parlano del viaggio. C’è una poesia di Hafez che abbiamo anche tradotto nel libretto del disco, che io canto in farsi. Poi, Stefano ha messo un testo in sabir e Nando arriva con il napoletano e il ritmo di tammurriata…
Nando Citarella: Ho messo un po’ quello che è il mio viaggio iniziato quaranta anni fa a bordo di un peschereccio che si chiamava “Madonna di Pompei”, che salpava da Vibo Marina e arrivava fino alla Tunisia e all’Algeria. Ho fatto tre anni, dal 1979 al 1981, con quell’equipaggio alla ricerca della musica, ma nel frattempo dovevi lavorare a bordo. Era un andare avanti e indietro, pensando a un viaggio che è anche fatica. C’è il viaggio di piacere, di cultura e di scoperta e c’è chi affronta il viaggio per lavorare, portandosi tante cose nuove al ritorno, che si assommano alla fatica e diventano la conoscenza, la scoperta, il linguaggio. È quello che avveniva quando, quasi a Malta, ci incontravamo con altri pescatori che venivano dall’Adriatico e dallo Ionio, era uno scambio di tante

Stefano Saletti: “Safar” è il brano in cui emerge il suono Cafè Loti, di cui dicevamo all’inizio, perché nasce da un riff su cui ognuno ci ha messo la propria storia, la propria anima. Un inizio in 5/4 (Saletti riproduce il ritmo vocalmente, ndr), da lì inizia veramente il viaggio. A un certo punto l’atmosfera cambia con l’ingresso del tamburo in due e si crea un contrasto. Sembra come una cosa ritta che si muove sull’irregolarità di un’onda rappresentata dal tempo in 5. Le voci sotto proseguono con le varie storie nelle diverse lingue che si rincorrono.
È il brano simbolo del disco?
Stefano Saletti: Non a caso è il brano d’apertura, insieme anche all’ultimo, “Es la luna o fortuna”, che riprende un po’ questa atmosfera ed è la chiusura del cerchio e di questo viaggio.
Alle corde e alle voci di base, si aggiungono collaboratori che sono vecchie conoscenze…
Stefano Saletti: C’è Giovanni Lo Cascio alle percussioni che suona con me da venticinque anni.

Centrali in alcuni brani dei “Carmina” le voci femminili… come è avvenuta la scelta di inserirle?
Stefano Saletti: Le voci sono Gabriella Aiello, che da anni collabora con Nando, e Barbara Eramo, che è parte di Piccola Banda Ikona, e lavora anche nel Sufi Ensemble di Pejman. Quindi è stata una scelta naturale coinvolgerle. Nella parte dei “Carmina” la voce valorizza alcuni brani, pensiamo alle due voci femminili meravigliose che valorizzano le sfumature strumentali di “Vacillantis trutine”. Nella parte centrarle del brano c’è l’insieme delle voci, anche maschili. Questo gioco tra parti vocali caratterizza molti degli arrangiamenti, con una parte più dolce e le corali con le voci maschili.
Nando Citarella: Usando il linguaggio medievale oppure filologico, potremmo identificare le due realtà come la alta e la bassa. Le alta è quando le voci femminili più affinate e più sottili fanno viaggiare questa melodia simbolica quasi sul soffio del petalo e la bassa è quando il coro, l’assemblea risponde ed entra con il sostegno. In questo modo, noi abbiamo voluto approfondire sempre di più il nostro suono Cafè Loti, che a volte è determinato proprio dagli unisoni, che spesso vengono completamente dimenticati.

Stefano Saletti: L’unione delle nostre tre voci è molto bella, perché - come dice Nando - lavoriamo spesso sull’unisono ma poi sono i timbri che fanno la differenza, per cui c’è la voce di Pejman, che è pieno di questo meraviglioso gusto basso orientale che è pastoso, quella di Nando tenorile, così brillante e poi la mia che è molto dolce, sweet e… narrativa. Le tre voci insieme anche all’unisono sono molto caratterizzanti, le senti tutte e tre insieme: è un altro marchio del Cafè Loti.
Cafè Loti – In taberna (Materiali Sonori, 2019)

(con-)fusione di sabir, napoletano e dialetto reatino. Infine, “Es la Luna o Fortuna” assomma Rumi, i “Carmina” e il Sud Italia, in quella circolarità rituale perseguita dal Cafè Loti che con “In taberna” dà piena visione della capacità di veleggiare tra epoche e linguaggi sonori, emozionando per la festosa vitalità e per la maestria.
Ciro De Rosa
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